Un anno in India : i festival

Un nostro redattore racconta alcuni momenti della sua straordinaria esperienza di circa un anno scolastico trascorso in India grazie ad un programma di scambio culturale. Alcuni aspetti della cultura, delle tradizioni, degli usi e costumi di una grande e suggestiva civiltà, lontana non soltanto geograficamente, rivivono nelle sue parole appassionate, che rivelano il suo profondo legame con una realtà così diversa dalla nostra.

 

 

Ancora mi fermo con lo sguardo fisso nel vuoto a pensare dove mi trovavo appena un anno fa. Innumerevoli immagini si susseguono nella mia mente in un disordinato vortice di colori, forme, suoni e sapori. Mi viene in mente la gente a Navratri, nelle nove notti, che danzava instancabilmente in cerchi concentrici, come presa da una divina mania, con abiti, chanya choli, kurta e chorno, dai colori sgargianti, attorno ad un harmonium e a un paio di tabla; gente che sembrava posseduta dalla selvaggia e nera Kali, oppure dalla docile e devota Parvati o dalla fiera Durga a cavallo della sua fiera. La medesima dea che ci ha spinto al suo santuario sul colle di Pavagadh, gradino per gradino, in profonda devozione, e che ci ha premiato con la vista delle giungle e l’odore del vento del fertile Gujarat. Mi ricordo del giorno di Ganesh Chaturthi, quando Kins, che mi è stata madre e amica, mi ha portato su un motorino scassato a visitare le variopinte e giganti statue di fango del dio, sfrecciando su strade decisamente troppo trafficate sotto la pioggia battente. Tutti questi ricordi si disperdono e si intrecciano tra loro, accompagnati dai lenti movimenti dell’aarti, il fuoco sacro onnipresente, che brucia e brucia circondato da petali di rosa, foglie di menta, piatti di latte, chicchi di riso e granelli di pigmento rosso con il quale macchiare gli arti del dio, a sottolinearne la smisurata potenza. Ricordo ancora la notte di Diwali, tra diya, petardi, fuochi d’artificio e tante risate nell’accogliere l’anno nuovo. Ma tra tutti i momenti vissuti non cancellerò mai dalla mia mente il cielo di Uttarayan costellato di innumerevoli aquiloni, che oscillavano in coppia nel vento invernale, si incastravano in una lotta spietata finché uno dei due non si tagliava e cadeva dove si perdeva lo sguardo, al grido di “Alapé”, guizzando dall’alba al tramonto tra le nuvole e lasciando poi posto alle lanterne cinesi. Il viaggio è finito con Holi, la festa dei colori, l’ultima delle ricorrenze prima dell’arsura estiva e dello sbocciare del mango: tornava la danza svagata tra bombardamenti di polvere di vari colori e giochi d’acqua, a macchiare e tergere le candide vesti, commemorando l’antico delitto attorno al grande fuoco, vincitore sulle tenebre.

 

 

Ed è proprio il fuoco ad accompagnare tutti questi momenti, filo conduttore di una millenaria devozione che ancora oggi attrae e cattura un intero popolo, una grande famiglia. E tutto torna a perdersi nella dimensione del ricordo.

 

Marco Brau
Classe 5^ D Liceo Classico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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