“Gli amici del Liceo Azuni” – La formazione universitaria tra cultura e società : riflessioni sulla didattica in Italia e negli Stati Uniti

Questa volta il contributo al nostro giornale di Istituto per la sezione “Gli amici del Liceo Azuni” arriva da oltreoceano, in particolare dagli Stati Uniti e da uno dei “luoghi del sapere” più prestigiosi del mondo. A dieci anni dal suo diploma tra i banchi del nostro liceo, l’ex azuniana Elisa Sotgiu racconta la sua esperienza di ricercatrice e docente alla Harvard University ripercorrendo le tappe di un brillante percorso di studi che si è finora sviluppato tra il continente europeo e quello americano e che la vede proiettata verso nuovi ed ambiziosi orizzonti. Davvero una bella pagina per gli studenti del Liceo Azuni, per i redattori di “Azuni news” e per tutti noi, ad ulteriore conferma della forza della cultura come vera opportunità di affermazione personale e sociale.

 

 

La formazione universitaria tra cultura e società : riflessioni sulla didattica in Italia e negli Stati Uniti

di Elisa Sotgiu

Ogni tanto, mentre correggo i saggi dei miei studenti, penso con invidia che tanta attenzione la avrei voluta io. Scrivo tre o quattro commenti a margine per pagina, più una lunga lettera finale. Ogni commento negativo dev’essere scritto in maniera impersonale e accompagnato da una soluzione praticabile. Ogni commento positivo deve essere ugualmente utile e dettagliato. La “tesi vaga”. La “tesi ovvia”. La “tesi comprensiva”. La “tesi in gergo”. La tesi. L’analisi. L’argomentazione. La struttura. I termini chiave. Dopo aver corretto i primi quattro saggi ho già la nausea, ma so che ho solo fino a lunedì sera prima di restituirli e quindi continuo, tutto il giorno per tutto il fine settimana. Immancabilmente, ad un certo punto nel tardo sabato pomeriggio, mi appare davanti agli occhi il testo della mail confortante ma assolutamente inutile che ricevevo dal mio relatore all’università ogni volta che gli inviavo un capitolo della tesi: “Ottimo lavoro. Rileggi per refusi”. Questo è più o meno il feedback che ho ricevuto negli anni dell’università. Quella breve frase continua a tormentarmi, con beffarda insistenza, per tutta la domenica e nei giorni successivi, quando devo incontrare gli studenti ad uno ad uno per assicurarmi che abbiano capito i commenti e abbiano un piano per la revisione, che riescano a organizzare efficientemente il tempo che dedicano a ogni corso, che il percorso accademico non crei ansia eccessiva. Per il breve periodo in cui sono i “miei” studenti, sono a loro disposizione ventiquattr’ore su ventiquattro. Sono convinta che ne valga la pena. Sono contenta che i ragazzi abbiano un punto di riferimento nel momento di passaggio dalle superiori all’università, e vedo che il loro modo di scrivere e di pensare migliora drasticamente dal loro primo saggio all’ultimo. Eppure… eppure, mi dico, io me la sono cavata anche se le aule del dipartimento erano affollate da centinaia di studenti, e nessuno controllava che fossi presente a lezione o che non mi addormentassi. Ho imparato qualcosa anche senza esprimere regolarmente la mia opinione sui testi letti in classe. Sono sopravvissuta anche con “Rileggi per refusi”. La didattica universitaria italiana e quella statunitense non potrebbero essere più diverse. Gli studenti italiani ascoltano la lezione, prendono appunti, memorizzano i libri, danno l’esame. Gli studenti americani discutono ciò che leggono settimanalmente, sono valutati in base alla loro creatività, imparano ad esprimere sé stessi con originalità e precisione. La letteratura nell’università italiana è il canone nazionale da padroneggiare nei dettagli. Negli Stati Uniti è una questione di arricchimento personale e, spesso, di rappresentanza politica e diversità culturale. Il mio primo corso a Pisa è stato interamente sul Cortegiano di Castiglione, e nessuno ha avuto niente da ridire. Non vorrei dare l’idea sbagliata: sono stata sempre felicissima della mia educazione in Italia, sia al liceo sia all’università. Ora che sono qui negli Stati Uniti, vedo i vantaggi di una didattica incentrata sulla crescita degli studenti, invece che sulla trasmissione del sapere, ma non mi sembra che una cosa sia necessariamente l’evoluzione dell’altra. Credo che le differenze derivino soprattutto dalle risposte diverse che i due Paesi danno alla domanda “a cosa serve la cultura?”. Negli Stati Uniti la cultura è come uno sconfinato bacino di possibilità a cui ogni individuo può e deve attingere per costruire il proprio esclusivo profilo personale. Ogni cosa può essere culturalizzata, e ci si può appropriare di ogni cosa: una ricetta dei Caraibi, un romanzo Nigeriano, una pratica zen, l’attivismo digitale, un sobborgo di New York dove prima non andava nessuno e invece adesso… . Solo con un buon mix di contenuti culturali originali è possibile avere buone chances di successo sociale e lavorativo. L’eccezionalità è un’aspettativa sociale, ma la competizione è spietata. In Italia mi sembra che le cose stiano diversamente. Probabilmente perché il mercato del lavoro funziona più per concorsi che per colloqui, si insiste di più su qualifiche e standard che sulle prospettive sorprendenti che ogni persona può portare al team. La cosiddetta creative economy non è il fulcro o il modello della nostra economia, e così anche la cultura ha un ruolo meno centrale. Eppure, nella mia esperienza, la cultura è fondamentale in un altro senso. Quando sono approdata alla Normale di Pisa, i miei compagni d’anno venivano da tutta Italia. Non avevamo ancora molto in comune: nessuna memoria costruita assieme, nessuna città o paese di cui tutti potessimo ricordare le strade o i bar, nessuna rete di conoscenze condivise, nessun “cugino di”, “amico di”, “figlio di”. Eppure, da subito, ci siamo riconosciuti: avevamo tutti studiato greco e latino al liceo classico e fatto lo stesso programma di italiano, storia e filosofia. I nostri riferimenti erano gli stessi, il nostro senso dell’umorismo simile. Ci siamo trovati, in modo un po’ strano, a discutere fino a tardi di Platone o a battibeccare sul Conte Ugolino. La cultura è stata il tessuto connettivo a cui ci siamo aggrappati e che ci ha permesso di costruire nuovi legami. Nella nostra educazione ci siamo sentiti a casa.

 

Note sull’autrice
Elisa Sotgiu, dopo il diploma al Liceo Classico Azuni nel 2010, si è laureata in Lettere all’Università di Pisa e ha conseguito il diploma di licenza presso la Scuola Normale. Ha partecipato a due progetti Erasmus, uno alla Warwick University, nel Regno Unito, e l’altro a Parigi, all’École Normale Supérieure Paris-Saclay. Attualmente sta svolgendo un Dottorato di Ricerca in Letterature Comparate alla Harvard University, negli Stati Uniti, dove alterna l’attività di ricercatrice sul “global novel”contemporaneo a quella di docente. In quest’ultima funzione, gestisce un laboratorio di scrittura accademica e coinsegna in un corso di letteratura generale per gli studenti del primo anno che spazia da Omero a Joyce ed anche oltre. Ha pubblicato articoli su Edoardo Sanguineti e la neoavanguardia italiana, su Elena Ferrante, Roberto Bolaño e Henry James.

 

 

 

 

 

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