La fotografia come memoria del tempo tra natura e tradizioni

Due nostre esperte redattrici hanno intervistato la giovane fotografa sassarese Rita Gadau, che ha partecipato con le sue immagini a varie esposizioni e ha anche vinto qualche importante concorso. Nel testo che segue, al quale si alternano alcune sue foto, racconta come sia nata questa passione, che si è poi estesa alla scrittura ed al teatro. Dalle sue parole emerge il significato profondo dell’arte fotografica intesa come custode del tempo e della cultura, prezioso bagaglio di saperi ancestrali e nuove conoscenze da apprendere e tramandare.

 

Ciao Rita, raccontaci un po’ di te, della tua passione!

Fin da piccola ho sempre avuto la macchina fotografica in mano. All’inizio usavo quella dei miei genitori e mi divertivo a fare qualche scatto in campagna, poi durante le scuole superiori  ho acquistato una mia fotocamera e ho iniziato a scattare in giro per la Sardegna dedicandomi soprattutto agli aspetti folcloristici della nostra cultura, senza però abbandonare la mia passione per la natura (nella foto che segue : Ulivi Millenari – Luras 2019)

 

                                            

Nello stesso periodo, grazie alla lettura di libri come “Harry Potter” e successivamente “Il Codice da Vinci”, ho sviluppato anche la passione per la scrittura. Ho avuto la mia prima “vera” macchina fotografica in regalo da un mio amico di Bergamo e da poco ho una Mirror, che è diventata la mia fedele compagna in molti dei miei viaggi. Mi accorgevo che la mia attenzione cadeva sempre su alcuni dettagli come i volti (magari anche dove i volti non c’erano), i riflessi, le ombre e i corpi femminili, dando inizio così ad uno studio non soltanto tecnico ma anche estetico della fotografia. Pian piano, poi, mi sono addentrata  nel mondo dell’archeologia per capire da dove tutto ciò che conoscevo avesse avuto origine, avvicinandomi così anche al genere astratto e continuando a perfezionare la fotografia e la scrittura con un attento studio. Proprio grazie a questi approfondimenti ho pubblicato un libro dal titolo “Oltre Mare”, una raccolta di testi e di immagini sull’inconscio per scoprire “cosa c’è oltre”. Ho attraversato, come a tutti può succedere, un periodo di stallo dovuto al decesso di un mio parente, ma anche questa volta, grazie alla fotografia e al lavoro in campagna, che svolgo abitualmente, sono riuscita a risollevarmi, a reagire e a scoprire un nuovo interesse: il teatro.

 

Chi ti è stato più vicino durante questo percorso?

Sicuramente un mio amico di Brindisi, Marco, con il quale lavoro molto spesso e ho instaurato un rapporto quasi fraterno. Uno dei primi lavori fatti insieme è stato “1001”: lui era venuto in Sardegna e aveva “seminato” una lettera per suo padre nella mia terra e, viceversa, io mi sono poi  recata in Puglia per “seminare” una lettera per mio padre nella sua terra. A questo progetto è poi seguita una mostra, con la quale la mia famiglia si è resa conto per la prima volta di che cosa io facessi e in cosa consistesse la mia passione. Ora collaboro anche con altre persone, tra le quali Giulia, con la quale porto avanti progetti che legano tra loro la scrittura, l’illustrazione e la fotografia. Insieme abbiamo anche vinto un concorso all’inizio di quest’anno.

 

Cosa ti piacerebbe che notassimo attraverso i tuoi scatti?

Anche se la mia ricerca è in continua evoluzione e la reazione di ognuno è soggettiva, penso che il fulcro delle mie foto sia il tema della memoria: ciò che prima era, domani sarà o potrebbe essere. Per me è fondamentale continuare, come una bambina, a incuriosirmi e a incuriosire soprattutto attraverso il mondo astratto. A chi guarda foto come quelle della serie alla quale ho dato il titolo di “Idrografie”, ad esempio, io chiedo sempre: «Che cosa vedete?». Insomma, tendo a stimolare la memoria, soprattutto attraverso i reportage, per rispolverare i saperi dimenticati ma presenti nel nostro DNA, e cerco di indagare, attraverso l’astratto, il sapere inconscio di ognuno (nella foto che segue : “Memorie dell’acqua”, dalla serie “Idrografie” – novembre 2018)

 

                           

Insomma… vuoi farci risvegliare?

Esatto, è stato un po’ questo il mio approccio all’arte e diciamo che è anche quello che i miei amici fanno con me.

 

Quanto hai scoperto della nostra cultura grazie alla fotografia?

Partendo dal folk, sicuramente i colori e i ritmi della nostra terra, in particolare quelli di danze nate nel neolitico che ancora fino a non molto tempo fa si eseguivano all’interno di luoghi sacri e avevano uno scopo propiziatorio. Trovo molto bello il fatto che anche oggi, sebbene nel quadro di altri contesti, questi balli, che sono un elemento di unione fra le persone, vengano ancora eseguiti (nella foto che segue : Cavalcata Sarda – 2019)

 

                                                           

Mi ha colpito molto anche il fatto che l’uomo vada sempre alla ricerca delle stesse cose per arrivare ad una possibile verità. Mi sono resa conto di questo fatto durante una breve visita a San Salvatore di Sinis, dove sono entrata nella chiesetta del luogo, dentro la quale c’è un pozzo sacro, realizzando come nel tempo le cose siano cambiate per rimanere in realtà sempre le stesse. Un altro elemento che ho scoperto, anche grazie a quello che mi ha ispirato il Tempio della Dea Sardegna, è la rilevanza della figura della donna, da poter  considerare come uno scrigno del sapere, che ha fatto nascere attività fondamentali come l’agricoltura e molte altre di quelle che esistono oggi, in una vasta gamma che va dalla panificazione al cucito, i quali sono tra l’altro due esempi tipici del nostro sapere tramandato (nella foto che segue : Fuoco di San Giovanni Battista – Viddalba 2019)

 

                                   

Durante i tuoi viaggi avrai sicuramente trovato un luogo particolarmente suggestivo, che ti sarà rimasto nel cuore. Ti va di parlarcene?

Non ho viaggiato moltissimo in Sardegna, anche perché non avendo l’auto dipendo sempre dall’altruismo di chi mi accompagna, ma ho viaggiato spesso verso mete quali la Puglia, Roma, Milano e la Sicilia. Tra tutti i luoghi che ho fotografato mi viene da pensare a Messina, al suo stretto, alle foto scattate a Angelo, un mio amico siciliano, immagini nelle quali vedo sempre qualcosa di mitologico. Un altro luogo che mi è rimasto nel cuore è sicuramente la cava di bauxite del Salento, in Puglia, da dove si può vedere l’Albania, un sito che mi ha commosso per la sua bellezza e per i suoi significati. Alla fine la Terra è una sola, le bellezze sono in Sardegna e anche in altri posti. Proprio il giorno in cui ho visto, anche se da lontano, l’Albania, un altro Stato, ho capito quanto possiamo essere diversi ma anche quanto siamo uniti dalla comune appartenenza all’unica madre Terra che ci accoglie. A Sassari, non lontano da dove vivo, il mio luogo preferito, quello che più mi fa battere il cuore, è sicuramente Piazza Duomo, in particolare proprio l’edificio della cattedrale di San Nicola, l’unico scorcio che davvero mi manca della città.

 

In periodi di clausura forzata come quelli che abbiamo vissuto, che foto scatteresti per liberarci?

È un esperimento che ho fatto all’inizio del lockdown. Con il cellulare, perché è sicuramente più pratico mentre lavoro, ho fatto vari scatti che definirei una sorta di “pulizia dello sguardo”. Sicuramente, immortalerei per voi un’alba o un tramonto, ma anche la natura che in questo periodo rinasce (nella foto che segue : Campanedda – estate 2019)

 

                                                    

Chiudiamo in bellezza… Rivelaci un tuo sogno!

Qualche anno fa hanno iniziato a chiedermi che cosa volessi fare da grande e io rispondevo sempre : «Voglio fare l’artista». Quello che mi spinge a vivere è il mio essere curiosa, la tendenza verso tutto ciò che è cultura, e il poter riuscire a canalizzare tutto questo attraverso l’arte. Ecco, questo è il mio sogno!

 

Carola Panu  Classe 4^ D Liceo Classico
Martina Sini  Classe 4^ C Liceo Classico

 

 

 

 

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