Dopo l’emergenza, più forti e preparati per il futuro!

Un’ altra nostra nuova redattrice ci offre una sua articolata ed approfondita riflessione sul raffronto tra la didattica a distanza e quella tradizionale in aula e, più in generale, sulle condizioni di vita imposte dall’emergenza sanitaria causata dal Coronavirus, con particolare riferimento alla delicata situazione delle persone più esposte. Il suo scritto è stato ispirato da una consegna della sua docente di Italiano , la professoressa Giacomina Fresu, che ha proposto a lei e ai suoi compagni di classe la lettura del racconto “Chissà come si divertivano!”, di Isaac Asimov, scrittore e biochimico di origini sovietiche naturalizzato negli Stati Uniti d’America. Dopo la lettura, l’insegnante ha chiesto ai suoi allievi di rispondere ad alcune domande di comprensione e quindi ha assegnato loro una traccia da svolgere sul testo narrativo letto. Il racconto del celebre scrittore di fantascienza, pubblicato per la prima volta nel 1951, è ambientato nel 2157, tempo in cui l’attività scolastica è totalmente informatizzata ed affidata ad insegnanti “elettronici”. Esso narra di due ragazzi che leggono un vecchio libro ritrovato in una soffitta, nel quale si descrive il modo di fare lezione nel XX secolo in un edificio chiamato “scuola” e con docenti in carne ed ossa. Il titolo del racconto è ricavato proprio dall’interrogativo un po’ nostalgico che i due protagonisti si pongono su come vivevano i loro coetanei di tanti anni prima la loro esperienza scolastica.

 

 

“Chissà come si divertivano!”. Sarebbe più corretto affermare “Chissà come ci divertivamo!”. A volte, soltanto in situazioni estreme si comprende veramente la propria fortuna: andavamo a scuola soltanto per routine, ogni giorno alla stessa ora, incontravamo le stesse persone, compivamo le stesse azioni in maniera assolutamente naturale e non ci accorgevamo della magnifica opportunità che avevamo a disposizione. Avere un vicino con cui parlare, un professore con cui confrontarsi e soprattutto una classe con cui affrontare le giornate ora è tutt’altro che scontato. Non pensavo sarei mai arrivata ad affermarlo ma mi manca la scuola, e posso dunque comprendere ancora meglio la situazione dei protagonisti del racconto. Essi sono quasi invidiosi di un tipo di vita, di una quotidianità che non hanno mai vissuto e che non possono effettivamente rimpiangere, indotti contro la loro volontà a vivere la scuola come un apprendimento sterile, senza spunti né stimoli particolari che permettono di migliorare la propria persona dal punto di vista sociale. Ed ora noi ci troviamo nella medesima situazione, siamo soli in casa, “costretti” a seguire le lezioni attraverso uno schermo e a limitare i confronti diretti con le persone. Sì, possiamo parlare attraverso il microfono ed aspettare una risposta dall’altra parte del monitor,  ma non è lo stesso. Quella che vediamo oltre il computer è soltanto un’immagine, sono soltanto pixel, luci, colori, ombre, non è il nostro amico o la nostra amica. Non si possono instaurare solidi rapporti come quelli che soltanto tra i banchi scolastici possono nascere: faccia a faccia, gomito a gomito durante ogni giornata. D’altra parte, però, in questa situazione si impara ad apprezzare tutte le piccole cose, i piccoli gesti che possono cambiare la giornata: un sorriso assonnato dietro lo schermo, le voci familiari che discutono animatamente, un messaggio, un video o una risata. Tutto ciò mi fa sentire parte di qualcosa che va oltre le mura di casa, cioè un gruppo di ragazzi che, insieme, affrontano le prime  difficoltà della loro vita, e farne parte mi rallegra. Ho imparato a rivedere le mie priorità, a capire che quello di cui ho veramente bisogno sono persone vere, mentre ciò di cui invece ho soltanto il desiderio sono cose di cui potrei fare sicuramente a meno. Certo, è difficile vivere lontano dal mondo di tutti i giorni ma, per quanto ci possano mancare i nostri cari, non siamo noi i più sfortunati. Il mio pensiero va infatti, oltre che ai troppi malati, a tutte le persone che sono state private non soltanto della libertà ma anche del loro diritto al lavoro e che non hanno altri mezzi per vivere dignitosamente. Penso anche a chi è meno fortunato di noi e non può permettersi gli strumenti tecnologici adeguati, fondamentali in un periodo come questo, nel quale senza la tecnologia e l’informatica è impossibile combattere la noia e soprattutto svolgere le proprie attività e coltivare i rapporti umani. Penso poi anche agli anziani, che hanno più di ogni altro bisogno di un vero supporto, sia fisico che psicologico. Troppe persone anziane muoiono sole, senza i propri cari, ma è proprio in questi momenti che le parole diventano potenti e prendono il posto di baci ed abbracci. È così che anche noi ragazzi possiamo renderci utili anche “soltanto” con una telefonata a quelle persone isolate, per portare leggerezza ed allegria tra le loro fredde mura domestiche. In tempi di difficoltà, il cuore dell’uomo si apre e si accorge di non essere solo, sente il dovere di fare qualcosa e trova finalmente piacere nell’aiutare il prossimo. Sotto il peso del “mostro”, il mondo è unito più che mai. Spot pubblicitari in televisione, alla radio e nello web, invitano all’unione con frasi del tipo «anche quando non possiamo essere vicini possiamo essere insieme». Dentro di me aumenta la sicurezza sul fatto che il virus e la quarantena alla quale ci ha costretti ci forgeranno nel carattere e ci renderanno più disponibili al dialogo ed al rapporto diretto con gli altri. Noi più fortunati, che abbiamo comunque il privilegio di stare a casa, dovremmo vedere questa pausa come un’occasione per riflettere sui rapporti a volte troppo superficiali e sulle parole che magari avremmo voluto pronunciare ma non abbiamo mai detto. Non sarà certo facile riprendere la nostra vita, ma non dobbiamo farci trovare impreparati.

 

Carlotta Raiano
Classe 1^ D Liceo Classico

 

 

 

 

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