Scuola telematica o tradizionale?

Una nostra nuova redattrice ci propone un’originale ed interessante riflessione sul raffronto tra la didattica a distanza, imposta dall’emergenza sanitaria causata dal Coronavirus, e quella tradizionale in aula. Il suo scritto è stato ispirato da una consegna della sua docente di Italiano, la professoressa Giacomina Fresu, che ha proposto a lei e ai suoi compagni di classe la lettura del racconto “Chissà come si divertivano!”, di Isaac Asimov, scrittore e biochimico di origini sovietiche naturalizzato negli Stati Uniti d’America. Dopo la lettura, l’insegnante ha chiesto ai suoi allievi di comporre un testo argomentativo con modello assertivo, una tipologia testuale nella quale gli studenti si sono cimentati per la prima volta nel corso di questo anno scolastico. Il racconto del celebre scrittore di fantascienza, pubblicato per la prima volta nel 1951, è ambientato nel 2157, tempo in cui l’attività scolastica è totalmente informatizzata ed affidata ad insegnanti “elettronici”. Esso narra di due ragazzi che leggono un vecchio libro ritrovato in una soffitta, nel quale si descrive il modo di fare lezione nel XX secolo in un edificio chiamato “scuola” e con docenti in carne ed ossa. Il titolo del racconto è ricavato proprio dall’interrogativo un po’ nostalgico che i due protagonisti si pongono su come vivevano i loro coetanei di tanti anni prima la loro esperienza scolastica. 

 

 

Come si dice : «Non ci si rende conto di ciò che si possiede fino a quando non lo si perde». Penso che questa frase rispecchi perfettamente la realtà. Il nemico si è avvicinato pian piano, annunciando il suo arrivo, ma noi lo abbiamo sottovalutato. Forse indignato, per ritorsione ha deciso di strapparci quello che avevamo di più prezioso, qualcosa che non capivamo contasse così tanto per noi: la normalità. Il 4 marzo scorso ci hanno informato della chiusura delle scuole. La sospensione sarebbe dovuta durare due settimane e tutti noi studenti ne eravamo entusiasti, io in primis, dato che avrei “saltato” ben due interrogazioni. D’altronde, chi mai si lamenterebbe di una “vacanza”? Di certo non gli studenti, per di più nel periodo “clou” delle verifiche. Dopo qualche giorno di attesa, hanno fatto la loro comparsa le tanto temute videolezioni, e con esse tutti i problemi di connessione, disorganizzazione e scarse capacità di utilizzo di strumenti tecnologici del genere, sia per i ragazzi che per gli adulti. Insomma, bisogna proprio ammetterlo: ci manca la scuola. Ci manca andarci, ci mancano le aule, i professori, le lezioni e i nostri compagni. Ci manca la nostra normalità rubata. È naturale che ci manchi imparare, al che ci si potrebbe domandare: «Ma con le videolezioni non si impara ugualmente?». Sì, ma quanto beneficia effettivamente lo studente della scuola telematica? Per prima cosa non sono da prendere sottogamba le difficoltà di connessione e di utilizzo dei computer, come accennato prima. Attraverso la rete, soggetta a continui malfunzionamenti, si perdono parole, frasi, se non minuti interi, di importanti spiegazioni. In secondo luogo, anche se è doveroso notare l’impegno di ogni docente per modernizzare e adattare al nuovo modello di didattica il proprio metodo di insegnamento, talvolta, però, non è possibile per lo studente seguire come in aula, anche mettendoci tutta la buona volontà.  Presupponendo che l’attenzione esclusiva di un essere umano, a  qualunque cosa sia rivolta, dura al massimo cinque minuti, come è possibile pretenderla da un adolescente in un ambiente pieno di distrazioni, ad esempio la sua camera, concepito nella sua mente come luogo di svago? È inevitabile quindi, tra voci robotiche e frasi spezzate, che lo studente si perda sia tra i suoi pensieri che in un mare di nozioni rimaste incomprese nel labirintico World Wide Web. Per quanto si parli, poi, della validità della scuola a distanza, un recente studio condotto da esperti ha dimostrato che con essa si riesce ad ascoltare effettivamente soltanto il 74% di quello che si dice.  Questa metodologia, dunque, non può essere considerata una perfetta sostituta della scuola tradizionale. In conclusione, è assolutamente necessario per tutti gli studenti ritornare accanto al proprio compagno di banco, per seguire insieme l’ennesima lezione, anche se disturbati dall’ultimo pettegolezzo. E questo perché, se anche si sprecassero le parole in una polverosa aula, quelle resterebbero lì, alla portata di tutti gli studenti, a disposizione per suscitare un confronto altrimenti impossibile attraverso una telecamera.

 

Roberta Oronti
Classe 2^ D Liceo Classico

 

 

 

      

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