Joker: tra psicologia e pressione sociale

Il film, fino a qualche giorno fa campione di incassi al botteghino e poi alla pari con il nuovo titolo della Disney “Maleficent 2 – Mistress of evil”, si è da subito presentato come una pellicola alquanto controversa, chiacchieratissima. Il nuovo adattamento del personaggio ispirato al celebre criminale di Gotham City è opera di Todd Philips, che fino ad ora era conosciuto per commedie come quelle della trilogia dal titolo “Una notte da leoni” o ancora “Parto col folle”, insomma una filmografia che punta al divertimento dello spettatore. Con “Joker” invece abbiamo un’evoluzione, infatti ci troviamo davanti a un vero e proprio film d’autore, con alle spalle uno studio accuratissimo dei luoghi e dei personaggi, quasi dimenticando che teoricamente si tratta di un “cinecomic”. Quest’ultimo aspetto è infatti del tutto mascherato, sebbene abbia comunque la sua grande parte. Pensiamoci: chi andrebbe a guardare un film che tratta della psicologia di un individuo qualsiasi? Non credo siano in molti. Il fatto che si tratti di un personaggio così di rilievo, già molte volte interpretato ma mai pienamente svelato, lo rende invece un film di più larghe vedute, che si può spingere verso un pubblico molto vasto. A interpretare Arthur Fleck (a.k.a Joker) è Joaquin Phoenix, protagonista principalmente di film di nicchia, d’autore, al fianco di registi come Casey Affleck o Spike Jonze, ricordato soprattutto nel ruolo di Commodo in “Il gladiatore”, di Ridley Scott. Fleck è un emarginato sociale, subisce continue angherie e ingiustizie che lo portano nel corso del film a evolversi in maniera sempre più inquietante, sempre più “pericolosa”.

Personalmente, credo che l’interpretazione di Phoenix sia da Premio Oscar, infatti la costruzione del personaggio è assolutamente mozzafiato e non oso immaginare l’impegno richiesto per arrivare ad un tale livello. Punto forte di Joker è la risata, passata come un testimone da attore ad attore e arrivata fino a Joaquin Phoenix, che la fa sua, proponendocela fin dal primo istante in un modo quasi violento, prepotente, tale da inquietarci ma allo stesso tempo farci compassione. Nel film, a questa risata viene data una connotazione veramente patologica, che negli altri film mancava. Il riso di Fleck non è voluto, si presenta nelle situazioni più improbabili e inopportune, rendendo tutto estremamente provante. L’intento del film è spiegare e far comprendere come una persona possa arrivare a compiere certe azioni, che dal di fuori sembrano semplicemente gesti di un pazzo, di un mostro, ma che in realtà nascondono un passato, delle cause ben precise. Vengono presi in esame vari argomenti molto delicati, di cui si parla in genere proprio nei  film di nicchia, che non sono prediletti dalla critica e spesso sono classificati come un tabù, temi come la struttura della società e la salute mentale. Quest’ultima, in particolare, è una problematica troppo spesso presa alla leggera, ridicolizzata, stereotipata, ridotta a quello che si pensa delle persone che ne sono interessate, bollate come strane o pazze, da allontanare. C’è quindi uno studio approfondito da parte della regia e del cast, con lo scopo di far immedesimare lo spettatore negli atti di discriminazione continua, e spesso particolarmente cruda, di cui è vittima Joker. Il protagonista ci viene presentato in modo chiaro e senza filtri, al contrario di come oggi vuole la società, e quindi triste, arrabbiato, incompreso, nascosto sotto il trucco da pagliaccio con il quale a tutti i costi vuole fare ridere. Il messaggio è quello di lanciare così un rimprovero alla collettività, che invece vuole sempre mostrarsi vincente.

Carola Panu
Classe 4^ D Liceo Classico

 

 

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