Donne e scuola

Che cosa dire pochi giorni dopo la Festa della Donna senza cadere in una facile retorica?
Dopo avere riflettuto a lungo, ho pensato che ancora una volta la memoria del passato fosse la via da percorrere, raccontando storie di donne che non sono affatto celebri.
La Storia, infatti, non è solo quella dei re, dei condottieri o degli statisti, ma è anche la vita quotidiana di volti anonimi, vita fatta di sacrifici che spesso sconfinano nell’estremo disagio.
E le donne, da sempre e più degli uomini, possono spiegare cosa significano fatica, dolore, sudore.
Per tale motivo, in un presente caratterizzato da inaudite violenze nei confronti delle donne e da sistematici attacchi contro la scuola pubblica, ho deciso di richiamare l’attenzione su quanto le donne, in qualità di insegnanti, hanno dato alla comunità con il loro insostituibile contributo all’istruzione degli italiani.


Dunque nel mio breve intervento parlerò di due maestre elementari sassaresi, che ho la fortuna di conoscere personalmente.
Torniamo agli anni Cinquanta, gli anni in cui dopo la guerra bisognava ricostruire non solo edifici, ma anche la mentalità di un popolo attraverso l’educazione scolastica, che richiedeva in primo luogo una massiccia opera di alfabetizzazione.
Soltanto partendo da un minimo livello d’istruzione generale si poteva promuovere quello sviluppo della persona umana di cui si preoccupa la nostra Costituzione.
In Sardegna, come in altre regioni d’Italia, occorreva portare la scuola dove non c’era e dunque, oltre che nei piccolissimi centri abitati, anche nelle campagne e negli stazzi più isolati e remoti. È ciò che fecero le due maestre Maria Marongiu e Pinuccia Idini.
Entrambe, dopo un’esperienza di scuola serale per disoccupati, contadini e piccoli allevatori, ottennero alcuni incarichi annuali, tra i quali furono particolarmente degni di nota quelli che svolsero in alcuni stazzi.


La signora Maria Marongiu visse per un anno intero in uno stazzo della bassa Gallura, nei pressi di Viddalba, precisamente nella frazione di Tungoni. Il lunedì mattina partiva da Sassari con il pullman per Viddalba, dove l’attendeva un pastore con un cavallo per condurla alla sua casa di Tungoni.
In groppa al cavallo la maestra doveva percorrere quattro chilometri e perfino attraversare un fiume. Nella casa del pastore, al piano superiore, una stanza era stata attrezzata ad aula con banchi, cattedra, lavagna e carta geografica. Gli alunni erano cinque bambini di varie classi, figli di pastori e contadini.
La maestra alloggiava per tutta la settimana nella casa-scuola senza disporre di un bagno, perché a quei tempi non c’erano servizi igienici come li intendiamo noi, e rientrava a Sassari il sabato sera, pronta a ripartire il lunedì mattina.


Anche la signora Pinuccia Idini insegnò con incarico annuale in uno stazzo, Tineddu, nei pressi di Arzachena. Ogni lunedì prendeva il treno da Sassari fino ad Arzachena, poi percorreva a piedi con qualunque condizione di tempo cinque chilometri fino alla casa del servo pastore che la ospitava per tutta la settimana e, infine, tornava a Sassari il sabato sera. Disponeva di un piccolissimo spazio per dormire. A poca distanza c’era un’altra casetta adibita ad aula con gli arredi scolastici, in cui faceva lezione a circa dieci bambini tra maschi e femmine di varie classi, figli di pastori.


Visse la stessa esperienza in un altro stazzo vicino a Olbia.  Dopo essere scesa dal pullman, attraversava a piedi un piccolo bosco per raggiungere una casetta adibita ad aula.
Gli alunni erano figli di pastori e la sera aiutavano i genitori, badando alle pecore.
Fece ancora un’altra esperienza a Lu Colbu, nel territorio fra Trinità e Viddalba, dove alloggiava per tutta la settimana.


Occorre tenere presente che l’alfabetizzazione di giovani e adulti appartenenti alle classi sociali più deboli ha costituito, sul piano economico, il primo passo per ridurre lo svantaggio di tali soggetti.
Le due maestre hanno dunque svolto un ruolo di fortissima rilevanza sociale a costo del proprio sacrificio personale e grazie al loro coraggio, perché andare a piedi da sole per sentieri e viottoli di campagna comportava, anche allora, il rischio di essere aggredite, derubate o peggio ancora.
Due bellissimi esempi di servizio alla comunità, di autentica vocazione.
In conclusione, la mia festa della donna intende onorare persone come le due maestre che ho ricordato, ormai molto avanti negli anni, ma ancora pienamente lucide nel rendere la loro testimonianza con estrema modestia, consapevoli di avere fatto semplicemente il proprio dovere.

Loredana Parisi

Consulente della redazione per ricerche e testi

 

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