Il privilegio di essere un organista

Fin da piccolo ho avuto la fortuna di essere bombardato da molteplici stimoli culturali, che mi hanno permesso tra l’altro di venire a contatto con le forme artistiche a me più congeniali. Quella che infine ho scelto di coltivare in modo prevalente è la musica.

Non c’era brano di rock, di jazz o di musica leggera che mio padre mi facesse ascoltare che io amassi quanto quelli di musica classica, che io chiamavo ingenuamente “musica senza parole”. In particolare, quasi mi incuteva timore e altrettanto mi affascinava un’opera di un compositore tedesco, tale Johann Sebastian Bach, ovvero la celeberrima Toccata e Fuga in re minore. Questa attrazione fatale mi influenzò a tal punto che alle scuole medie decisi di iniziare a studiare al Conservatorio di Sassari proprio l’organo, uno strumento molto difficile da suonare e magnifico nella sua resa sonora, per il quale quella composizione di Bach era stata scritta. Nessun musicista negherebbe il fatto che l’organo sia il re degli strumenti musicali. È il più difficile in assoluto da suonare, come ho già detto, perché si devono leggere contemporaneamente tre righi musicali diversi: uno per la mano destra, uno per la sinistra e l’ultimo per i piedi, poiché ai pedali dell’organo sono affidate linee melodiche a volte particolarmente intricate.


È anche lo strumento musicale più complesso da costruire.
I meccanismi che trasmettono il segnale meccanico o elettrico dal tasto al sistema che permette di immettere aria nelle canne devono essere finemente tarati e precisi al millimetro. Forse è anche l’unico strumento che, in un certo senso, si suona in due.  L’esecutore, infatti, deve essere affiancato da una seconda figura, il cosiddetto registrante, che deve girare le pagine dello spartito ma anche cambiare i registri. Questi ultimi sono collegati a delle placchette che, una volta azionate, a una specifica tastiera dell’organo associano una precisa fila di canne per permettere una varietà timbrica unica nel suo genere.

Possiamo dunque sfatare il mito secondo cui l’organo è uno strumento musicale inespressivo, poiché la possibilità di scegliere il registro sonoro lo rende il più simile a un’intera orchestra. Le diverse tastiere, certamente, offrono la garanzia di una maggiore espressività, ma rappresentano anche una complicazione in più per chi deve suonarle.
È inoltre da smentire la teoria secondo la quale l’organo è uno strumento cupo e funereo, infatti gli sono stati dedicati brani di una gioia e di una purezza che rasentano la perfezione, purtroppo non particolarmente conosciuti. Un altro errore che si fa spesso è quello di associare l’organo alla sola musica religiosa. A prescindere dal fatto che nella mia esperienza personale ho conosciuto più organisti atei che credenti, per quanto questo fatto possa essere ininfluente, posso confermare che la scelta dell’organo nella celebrazione delle funzioni religiose è determinata da precise esigenze logistiche e tecniche. Oltre alle dimensioni di uno strumento del genere, che pochi edifici possono ospitare come invece avviene nelle chiese, il suono continuo e prolungato dell’organo, infatti, è sempre stato ideale per accompagnare il canto di cori e fedeli.

Nel mio caso personale, mi sento di affermare che è come se io fossi l’organo e l’organo fosse me stesso, la cosa più simile alla mia individualità. Se lo dovessi definire con degli aggettivi riferibili agli esseri umani, direi che è razionale, aggressivo, totalizzante, difficile, rumoroso, invadente, esuberante se non addirittura istrionico. Aggiungerei addirittura che ha una personalità estremamente marcata e riconoscibile, ai limiti della megalomania. La mia speranza è che un giorno possiate sentirmi suonare, in modo da trasmettervi con la musica quello che ho cercato di raccontarvi con le parole. Sarò ben felice di farvi apprezzare uno strumento che sicuramente non vi lascerà indifferenti.

Leandro Cossu

Classe 5^D Liceo Classico

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