Buone notizie dalla iGeneration

Viene osservata minacciosamente, vituperata e variamente raccontata come ogni nuova generazione di adolescenti.
La nostra è la Generazione Z, o iGeneration o ancora We Generation, e comprende tutti i giovani nati dopo la seconda metà degli anni Novanta.
Qualcuno la definisce, appunto, Generazione Zeta perché è successiva alle generazioni X e Y, altri invece la definiscono We Gen per la sua tendenza alla socialità e alla condivisione.


Per molti, infine, è la iGeneration perché nativa digitale: la prima ad aver vissuto l’infanzia e l’adolescenza nell’era dello smartphone.
Generazione I, in inglese iGeneration, è infatti sinonimo di iperconnessione.
Siamo continuamente connessi tramite internet e lo siamo con mondi sempre più lontani; siamo la generazione più global che sia mai esistita, per la quale le mode, le tendenze, le battaglie e gli hashtag diventano virali in pochi minuti e si diffondono da una parte all’altra del globo.
Siamo, attraverso il display, la generazione in grado di superare in ogni momento i confini nazionali, continentali, culturali e linguistici per essere sempre e ovunque a contatto con il mondo intero.
La Generazione I, con la lettera identificativa che richiama anche la parola Internazionale, parla benissimo l’inglese e ama viaggiare. Gran parte di noi ha già trascorso, almeno una volta nella vita, un periodo di studio o di lavoro all’estero. Non sappiamo stare a casa, non ci riusciamo neanche se ce lo imponiamo.
I dati del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, un vero e proprio ponte tra università e mondo del lavoro e delle professioni, ci dicono che nel 2017 la percentuale di laureati che hanno partecipato al programma Erasmus è salita all’8,8% rispetto al 4,7% di dieci anni prima.
Generazione Erasmus, dunque, ma anche Generazione Intercultura.
Sono sempre più numerosi fra di noi, infatti, gli studenti che scelgono di partire prima di iniziare il percorso universitario, durante il terzo e il quarto anno di scuola superiore. Nell’anno scolastico 2015-2016, secondo le stime dell’Osservatorio Ipsos, gli studenti delle scuole superiori che hanno lasciato l’Italia per un programma di studio all’estero trimestrale, semestrale o annuale sono stati oltre settemila, anche in questo caso con numeri in piena crescita.


Ma perché scegliamo di partire? A cosa andiamo incontro? E cosa portiamo con noi al rientro?
Sono sempre i dati a confermare che l’obiettivo principale nel decidere di andare all’estero è quello di imparare una seconda lingua, requisito sempre più importante per un futuro in linea con il mondo globalizzato e iperconnesso nel quale si opererà. In quanto alle destinazioni, si scelgono maggiormente i paesi anglofoni, seguiti da quelli sudamericani. Alla base della scelta ci sono molti altri fattori, oltre a quello linguistico: la voglia di allontanarsi da casa, di scoprire una nuova cultura, di mettersi in gioco. “Sono partita per la Svezia perché volevo scoprire una parte di Europa di cui si parla tanto senza sapere mai molto”, ci ha raccontato ad esempio Anita Micheli, azuniana della classe 5^D del Liceo Classico, che ha trascorso in Svezia il suo quarto anno di studi superiori.
Vivere in una nuova famiglia e in un altro paese, frequentare una nuova scuola per dieci mesi, sono delle esperienze a tutto campo che vanno ben al di là del solo apprendimento di una nuova lingua. Sono numerosissimi, infatti, gli aspetti della personalità che una simile scelta mette alla prova ed è notevole l’evoluzione nel comportamento che ne può derivare: dall’empatia alla tolleranza e all’apertura verso un modo di pensare e di agire totalmente diversi dai propri.


Nel corso di un’esperienza di studio all’estero si matura anche la volontà di superare i pregiudizi fra individui e culture differenti, di andare più a fondo nel conoscere la realtà o almeno di provare a capirla. La vera crescita, insomma, quando si trascorre un anno oltre i confini nazionali, è quella che avviene sul piano emotivo. È ancora Anita a confermarlo, raccontandoci che la svolta della sua esperienza è stata quella di mettersi continuamente in discussione, di affrontare il cambiamento e di capire che cosa fare per adattarsi a un nuovo modo di vivere.
Proprio la flessibilità, del resto, è una delle abilità che maggiormente verranno richieste alla iGeneration nel suo futuro lavorativo. La capacità di immedesimarsi negli altri e di vivere in un mondo interculturale saranno gli unici salvagenti per i futuri protagonisti di uno scenario sempre più vario. Speriamo dunque che una grande curiosità e altrettanta voglia di mettersi in gioco, con il sostegno di borse di studio sempre più numerose e cospicue, spingano molti più giovani a partire, per poi tornare a casa scoprendosi un po’ più all’altezza del futuro che li aspetta.

Laura Pittalis

Classe 5^D Liceo Classico

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